Comme d'habitude, al Vintage ci troviamo sempre bene. Siamo accuditi, consigliati, indirizzati nelle scelte e senza battere ciglio ci lasciamo guidare da Umberto Chiodi Latini, che qui è il "patron" e comanda. Patron. Ci eravamo ripromessi di non usare mai questa parola, ma alla fine cediamo di fronte al fatto che Umberto Chiodi Latini è davvero un patron (e tre), l'anfitrione che accoglie in sala come nel salotto di casa di casa sua, distinto, cerimonioso il giusto, attento ai particolari, psicologo dell'avventore, distaccato e presente a seconda dei casi e dei tavoli. Così il nostro consiglio per una cena da re è questo: lasciatevi guidare, aprite il menù e richiudetelo. Videant consules e costi quel che costi. Ma così l'esperienza è completa, comprensiva del sapore vagamente fané del ristorante classico e lussuoso. Anche se poi, a dire il vero, ci sono novità anche qui e, oltre ai soliti menu degustazione a prezzi convenienti (a 40 e 55 euro), è da poco in funzione il "bar à vin", nella saletta superiore. Piatti tra i 7 e i 10 euro. Grandi vini a bicchiere. Il nostro dirimpettaio Iaccarino avrà drizzato le antenne da grillo saggio e parsimonioso. Quanto alla nostra cena, abbiamo puntato su un menu non proprio da vegetariani: ottimo sottofiletto di Fassone battuto al coltello; gustoso e suadente risotto con spinacini, zafferano e fegato grasso; petto d'anatra al ginepro con carciofi e mele annurche. E poi, per non farci mancare niente, l'ottima "Torinese" che è come una costoletta alla milanese, ma più buona. Non è campanilismo, ma impanatura di nocciole e grissini. Eh sì, quando vogliamo noi torinesi sappiamo essere grandiosi. La carta dei vini è un viaggio dei desideri tra il Piemonte e la Francia e c'è da leggere per un'ora prima di decidere che cosa bere. Per togliervi dall'imbarazzo, anche molte scelte al calice. Conto sui 70 euro.